Io e mio marito siamo una bella coppia di mezza età, abbiamo superato i 50 anni e siamo sposati da più di 25. E - almeno così credevo - siamo stati sempre una coppia molto unita.
Mio marito ha problemi di erezione da circa 5 anni, da quando cioè ha cominciato ad avere delle piccole defaillance, che però si risolvevano sempre e alle quali inizialmente non ho dato molto peso. I nostri rapporti sessuali non erano frequentissimi ma appaganti. D'altronde ho sempre pensato che dopo tanti anni fosse fisiologico un calo della passione tra di noi.
Tre anni fa, rassettando in casa, ho trovato un involucro vuoto di pastiglie di Cialis. Onestamente non sapevo di cosa si trattasse e ho pensato fosse qualche integratore: mio marito è un tipo giovanile, molto curato. Dimostra meno anni di quelli che ha ed è sempre stato un gran salutista, frequenta spesso erboristerie e fa uso di prodotti naturali, quindi quando ho trovato il blister credevo si trattasse di vitamine o cose così e non ci ho più pensato per molto tempo.
Tuttavia, dopo circa un anno, ho trovato nelle tasche di un giubbotto da portare in tintoria una confezione di Cialis completa del bugiardino e ho scoperto a cosa servivano. Onestamente ho pensato che non fossero destinate ai nostri rapporti, quindi ho rimesso tutto al suo posto, facendo finta di nulla, ed ho iniziato a controllare il contenuto della confezione, sospettando un'amante. Ma ho scoperto invece che le pillole diminuivano solo quando avevamo rapporti e che mio marito usava il Cialis solo con me.
Alcune volte, quando non aveva modo di prendere il Cialis e dunque non era "preparato", è stato sul punto di farmi capire, di dirmi delle mezze confessioni del tipo: "non va, mi sono fatto vecchio!" ed io ho sempre sdrammatizzato rispondendo "ci siamo fatti vecchi!" ed è sempre partita una risata.
Recentemente, però, mio marito ha iniziato ad evitarmi, a fare in modo di non rimanere solo con me. Io lo accolgo a casa ogni sera con un bacio e la stessa cosa faccio al mattino per augurargli buona giornata, ma mio marito ha iniziato ad evitare anche questo. Se lo avvicino scosta i gomiti, come per non avere un contatto fisico con me. Di questo lui però non si accorge: non mi sembra un gesto pensato, ma piuttosto un rifiuto psicologico.
Riflettendo sulla questione, mi sono ricordata che un paio di mesi fa ha lamentato dei disturbi al cuore, una forma di tachicardia, e io gli ho prenotato una visita dal cardiologo. Volevo andasse solo, perché avrebbe potuto confidare al medico l'assunzione del farmaco, ma ha voluto che lo accompagnassi.
Insomma, penso che mi eviti perché crede che il Cialis possa nuocergli al cuore, ma non ha potuto chiedere conferma al medico. Si è spaventato, ha eliminato il Cialis e da allora ha raggiunto la pace dei sensi.
Io vorrei parlarne con lui, dirgli che so tutto e che se il farmaco ha delle controindicazioni per lui non importa, io sono felice anche solo quando mia abbraccia. D'altro canto però sono anche arrabbiata con lui: come si può prendere un farmaco di nascosto, senza prescrizione medica, senza fare nessun accertamento , semplicemente con il fai da te? E poi, avendo paura per la propria salute, dichiararsi vecchio pur di non affrontare il problema? Possibile che dopo tutti questi anni non abbia fiducia in me? Che pensi che non possiamo parlarne e superare il problema assieme?
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sabato 3 maggio 2014
sabato 19 aprile 2014
Disfunzione erettile, parla lei: la storia di Elena
"Sono sposata con Paolo da 35 anni . Un anno fa , Paolo ha avuto un intervento chirurgico per un triplo by-pass . Da quel momento i nostri rapporti sessuali sono diminuiti, in silenzio, mentre entrambi fingevamo che il problema non esistesse, ed è tuttora così. Giusto poche sere fa, per esempio, Paolo ed io eravamo finalmente soli dopo una settimana intensa. La serata era perfetta: senza telefono che suona, senza distrazioni, senza interruzioni; aspettavo con ansia un momento speciale come questo per stare insieme e condividere un po' di intimità. Tuttavia, nonostante le mie carezze e le coccole, Paolo non ha risposto ai miei stimoli. Quanto più ho provato, tanto più il tutto è diventato ansiogeno e negativo per entrambi. Paolo era imbarazzato e si è scusato. Poi, sommessamente, mi ha sussurrato: "Scusami, ultimamente non sono lo stesso di sempre". Mi sentivo delusa, frustrata, e francamente un po' arrabbiata. Non era la prima volta che accadeva qualcosa del genere. A volte, nel bel mezzo del rapporto sessuale, Paolo perde l'erezione e dobbiamo smettere. Ogni volta cerco di essere di supporto, dicendo che non importa, di non preoccuparsi, che è bello anche stare assieme. Ma non è così, lo so, e lo sa anche lui.
Il medico ha detto più volte a Paolo che anche nelle sue condizioni può avere rapporti sessuali. Ma lui dice che ha paura. Forse è vero, forse no. Del resto ho 57 anni e di sicuro non sono più bella come una volta. Ogni giorno vedo una nuova ruga, sono ingrassata e il mio corpo sta perdendo la battaglia contro la forza di gravità. Forse sono io che non sono più attraente, forse dovrei lasciar perdere e concentrarmi su qualcos'altro. Ma, anche se ci provo, questo senso di inquietudine e infelicità non se ne va".
Il medico ha detto più volte a Paolo che anche nelle sue condizioni può avere rapporti sessuali. Ma lui dice che ha paura. Forse è vero, forse no. Del resto ho 57 anni e di sicuro non sono più bella come una volta. Ogni giorno vedo una nuova ruga, sono ingrassata e il mio corpo sta perdendo la battaglia contro la forza di gravità. Forse sono io che non sono più attraente, forse dovrei lasciar perdere e concentrarmi su qualcos'altro. Ma, anche se ci provo, questo senso di inquietudine e infelicità non se ne va".
sabato 5 aprile 2014
Disfunzione erettile, parla lei. Antonella, così io e Andrea abbiamo risolto il problema
Quando ci è successo, tre anni fa, avevo conosciuto Andrea da poco, ad una festa, tramite amici comuni. Avevamo trent'anni e ci frequentavamo più o meno da un mesetto: il nostro rapporto era ancora nella fase delle farfalle, della scoperta reciproca, delle risate. Quella, insomma, in cui non ti aspetti che un macigno ti cada dritto in testa.
Una sera, complici una cenetta romantica e qualche bicchiere di vino, decisi di lasciarmi andare, proposi ad Andrea di salire a casa mia e finimmo a letto. Lui era teso, ma non diedi troppo peso alla cosa, pensando fosse solo l'emozione della "prima impressione". Ma l'epilogo della serata non fu proprio quello che mi aspettavo.
Andrea era stato un gentleman, soddisfacendo prima tutti i miei desideri, ma quando è arrivato il momento di avere un rapporto completo mi sono accorta che nel suo corpo qualcosa non stava funzionando. Cercando di metterlo a suo agio ho sfoderato tutte le mie doti più sexy, ma il mio comportamento, disinibito e aggressivo, invece di complicare le cose sembrava peggiorarle.
Finalmente, in preda all'imbarazzo più totale, Andrea mi ha chiesto di fermarci, iniziando a snocciolare tutte le frasi di rito: non mi capita mai, sono stressato, a lavoro è un periodaccio. Io, nel mio intimo, mi stavo già crocifiggendo, per il mio seno troppo piccolo, le mie cosce troppo grosse, il mio, insomma, non piacergli abbastanza. Naturalmente lui era impegnato a sperticarsi in complimenti per me, il che rendeva alle mie orecchie ancora più credibili le mie elucubrazioni, la mia convinzione di non essere abbastanza.
Nel periodo che seguì Andrea evitò l'argomento sesso come fosse un tabù. Continuavamo a vederci e lui diceva di essere preso e di star bene con me, ma poi, a conti fatti, quando non accampava scuse sotto il portone, saliva a casa mia, si dedicava a me e poi fuggiva con le scuse più assurde.
Dopo un mese di tutto questo sono sbottata. Mi pareva di avere a che fare con Dottor Jekyll e Mr. Hyde. L'uomo perfetto fuori casa, un'altra persona in camera da letto. Gli ho detto che non potevamo iniziare il nostro rapporto su un castello di bugie, che avrei fatto di tutto per aiutarlo ma che avremmo dovuto parlare del suo problema. Per tutta risposta mi scaricò sotto casa nel più completo silenzio e sparì per una settimana.
Poi mi ritelefonò e mi chiese di vederci. Mi disse che in quel momento non era in grado di affrontare anche quel problema, che stava uscendo con fatica da una brutta depressione e che ancora era alle prese con terapia e psicofarmaci. Rimasi spiazzata. Gli dissi che avevo bisogno di tempo per pensare.
Su consiglio di un'amica mi rivolsi a un sessuologo. Andrea mi piaceva, tanto, ed ero restia a lasciarlo andare. Il medico mi spiegò che l'impotenza è spesso un effetto collaterale degli psicofarmaci e che, se avessi voluto, lui ci avrebbe ricevuto assieme, per spiegarci come il sesso non si riduca solo al rapporto propriamente detto e per offrirci il suo sostegno in attesa che Andrea terminasse la sua cura.
Ho chiamato Andrea e tra le lacrime l'ho scongiurato di provarci. Abbiamo vissuto un anno e mezzo dapprima duro, poi sempre più semplice, perché avevamo imparato a coccolarci come due ragazzini, raggiungendo una confidenza e una consapevolezza che poche coppie hanno e sentendoci perfettamente realizzati, anche sul piano fisico. Andrea migliorava di mese in mese e alla fine il suo terapeuta decise di sospendere gli psicofarmaci. Pian piano tornarono anche le sue erezioni, e finalmente riuscimmo ad avere anche rapporti completi. Non che ne sentissimo più la schiavizzante necessità per sentirci una coppia, ma ci hanno aiutato ad avere Marta, la nostra splendida bambina di sette mesi.
Una sera, complici una cenetta romantica e qualche bicchiere di vino, decisi di lasciarmi andare, proposi ad Andrea di salire a casa mia e finimmo a letto. Lui era teso, ma non diedi troppo peso alla cosa, pensando fosse solo l'emozione della "prima impressione". Ma l'epilogo della serata non fu proprio quello che mi aspettavo.
Andrea era stato un gentleman, soddisfacendo prima tutti i miei desideri, ma quando è arrivato il momento di avere un rapporto completo mi sono accorta che nel suo corpo qualcosa non stava funzionando. Cercando di metterlo a suo agio ho sfoderato tutte le mie doti più sexy, ma il mio comportamento, disinibito e aggressivo, invece di complicare le cose sembrava peggiorarle.
Finalmente, in preda all'imbarazzo più totale, Andrea mi ha chiesto di fermarci, iniziando a snocciolare tutte le frasi di rito: non mi capita mai, sono stressato, a lavoro è un periodaccio. Io, nel mio intimo, mi stavo già crocifiggendo, per il mio seno troppo piccolo, le mie cosce troppo grosse, il mio, insomma, non piacergli abbastanza. Naturalmente lui era impegnato a sperticarsi in complimenti per me, il che rendeva alle mie orecchie ancora più credibili le mie elucubrazioni, la mia convinzione di non essere abbastanza.
Nel periodo che seguì Andrea evitò l'argomento sesso come fosse un tabù. Continuavamo a vederci e lui diceva di essere preso e di star bene con me, ma poi, a conti fatti, quando non accampava scuse sotto il portone, saliva a casa mia, si dedicava a me e poi fuggiva con le scuse più assurde.
Dopo un mese di tutto questo sono sbottata. Mi pareva di avere a che fare con Dottor Jekyll e Mr. Hyde. L'uomo perfetto fuori casa, un'altra persona in camera da letto. Gli ho detto che non potevamo iniziare il nostro rapporto su un castello di bugie, che avrei fatto di tutto per aiutarlo ma che avremmo dovuto parlare del suo problema. Per tutta risposta mi scaricò sotto casa nel più completo silenzio e sparì per una settimana.
Poi mi ritelefonò e mi chiese di vederci. Mi disse che in quel momento non era in grado di affrontare anche quel problema, che stava uscendo con fatica da una brutta depressione e che ancora era alle prese con terapia e psicofarmaci. Rimasi spiazzata. Gli dissi che avevo bisogno di tempo per pensare.
Su consiglio di un'amica mi rivolsi a un sessuologo. Andrea mi piaceva, tanto, ed ero restia a lasciarlo andare. Il medico mi spiegò che l'impotenza è spesso un effetto collaterale degli psicofarmaci e che, se avessi voluto, lui ci avrebbe ricevuto assieme, per spiegarci come il sesso non si riduca solo al rapporto propriamente detto e per offrirci il suo sostegno in attesa che Andrea terminasse la sua cura.
Ho chiamato Andrea e tra le lacrime l'ho scongiurato di provarci. Abbiamo vissuto un anno e mezzo dapprima duro, poi sempre più semplice, perché avevamo imparato a coccolarci come due ragazzini, raggiungendo una confidenza e una consapevolezza che poche coppie hanno e sentendoci perfettamente realizzati, anche sul piano fisico. Andrea migliorava di mese in mese e alla fine il suo terapeuta decise di sospendere gli psicofarmaci. Pian piano tornarono anche le sue erezioni, e finalmente riuscimmo ad avere anche rapporti completi. Non che ne sentissimo più la schiavizzante necessità per sentirci una coppia, ma ci hanno aiutato ad avere Marta, la nostra splendida bambina di sette mesi.
sabato 22 marzo 2014
Disfunzione erettile, parla lei. Luisa: il mio ragazzo mi ha completamente escluso
La disfunzione erettile è un problema maschile, ma è indubbio che quando in una coppia si presentano problemi di impotenza a soffrire si è in due. Come vivono le donne questa situazione? Lo abbiamo chiesto a Luisa - nome di fantasia - che in un forum medico ha chiesto aiuto ad un andrologo, perché non sa più cosa fare con il suo uomo, a cui tre diversi medici hanno escluso cause organiche per i suoi problemi di erezione. Ecco la sua storia, il punto di vista di una donna.
"Io e Marco stiamo insieme da tre anni. All'inizio andava tutto bene, il sesso tra noi funzionava, anche se non è mai stato "scoppiettante", ed avevamo rapporti regolari. Da un anno a questa parte, però, sono cominciati i problemi. Marco ha iniziato a non raggiungere più l'erezione, o a raggiungerla in modo non sufficiente. Dopo due mesi, molti tentativi per rivitalizzare il sesso e molte discussioni, l'ho convinto ad andare da un andrologo, che, dopo una serie di analisi e controlli, ha escluso che il problema fosse fisico. Ci ha consigliato di vivere il sesso senza stress, senza l'ansia di raggiungere l'erezione, ma solo con la volontà di divertirsi assieme. Ci ha sconsigliato i farmaci, perché avrebbero eliminato il sintomo ma non risolto il problema, prescrivendogli soltanto integratori a base di arginina.
La cosa però non ha funzionato. Un mese dopo, sempre su mia insistenza, si è convinto a consultare un altro andrologo, che per scrupolo ci ha invitato a consultare anche un urologo. Altri soldi, altro tempo perso. Il problema di Marco non è nel corpo, ma nella testa.
Ma di consultare un sessuologo non se ne parla. Quando ho proposto questa ipotesi mi sono ritrovata davanti una persona che non conoscevo. Non era il mio Marco, dolce e gentile, ma una persona rabbiosa e arrabbiata con me. Mi ha detto, urlando, che non aveva alcun problema, ma che probabilmente era solo un periodo, una fase, che sarebbe finita presto. Ha dato la colpa al suo lavoro, dicendo che in azienda stava vivendo momento stressante per colpa della crisi e per la partenza di un nuovo progetto, che doveva essere affidato a lui o ad uno dei suoi colleghi e che, comportando una promozione, aveva scatenato in ufficio una guerra senza quartiere. E poi, dopo, ha dato la colpa a me, dicendo che questo problema lo avevo inventato io e che lui ha solo bisogno aveva solo bisogno di tempo. Mi ha detto che le pressioni che gli avevo messo addosso non lo aiutavano, che ero un'egoista, insensibile e che pensavo solo a me stessa.
Ora sono sei mesi che non facciamo sesso e non parliamo più del problema. Il nuovo progetto è partito, è andato a un collega e la sua vita lavorativa, al netto della delusione, è regolare e priva di eccessivi stress. Conviviamo come se fossimo fratelli e facciamo finta di stare bene. Facciamo finta perché un rapporto senza sesso può funzionare, ma un rapporto senza dialogo no. Mi sento in colpa e talvolta, anzi spesso, mi domando se non abbia gestito male il tutto. Forse avrei dovuto essere meno insistente, per non farmi escludere dal suo problema. Di sicuro non so cosa fare, mi sembra di essere su un binario morto. Sto pensando, con dolore, di lasciarlo. Mi dispiace abbandonarlo in un momento di difficoltà, ma se non mi permette di stargli accanto non posso fare altro. Chissà che i vostri lettori non possano darmi qualche consiglio".
"Io e Marco stiamo insieme da tre anni. All'inizio andava tutto bene, il sesso tra noi funzionava, anche se non è mai stato "scoppiettante", ed avevamo rapporti regolari. Da un anno a questa parte, però, sono cominciati i problemi. Marco ha iniziato a non raggiungere più l'erezione, o a raggiungerla in modo non sufficiente. Dopo due mesi, molti tentativi per rivitalizzare il sesso e molte discussioni, l'ho convinto ad andare da un andrologo, che, dopo una serie di analisi e controlli, ha escluso che il problema fosse fisico. Ci ha consigliato di vivere il sesso senza stress, senza l'ansia di raggiungere l'erezione, ma solo con la volontà di divertirsi assieme. Ci ha sconsigliato i farmaci, perché avrebbero eliminato il sintomo ma non risolto il problema, prescrivendogli soltanto integratori a base di arginina.
La cosa però non ha funzionato. Un mese dopo, sempre su mia insistenza, si è convinto a consultare un altro andrologo, che per scrupolo ci ha invitato a consultare anche un urologo. Altri soldi, altro tempo perso. Il problema di Marco non è nel corpo, ma nella testa.
Ma di consultare un sessuologo non se ne parla. Quando ho proposto questa ipotesi mi sono ritrovata davanti una persona che non conoscevo. Non era il mio Marco, dolce e gentile, ma una persona rabbiosa e arrabbiata con me. Mi ha detto, urlando, che non aveva alcun problema, ma che probabilmente era solo un periodo, una fase, che sarebbe finita presto. Ha dato la colpa al suo lavoro, dicendo che in azienda stava vivendo momento stressante per colpa della crisi e per la partenza di un nuovo progetto, che doveva essere affidato a lui o ad uno dei suoi colleghi e che, comportando una promozione, aveva scatenato in ufficio una guerra senza quartiere. E poi, dopo, ha dato la colpa a me, dicendo che questo problema lo avevo inventato io e che lui ha solo bisogno aveva solo bisogno di tempo. Mi ha detto che le pressioni che gli avevo messo addosso non lo aiutavano, che ero un'egoista, insensibile e che pensavo solo a me stessa.
Ora sono sei mesi che non facciamo sesso e non parliamo più del problema. Il nuovo progetto è partito, è andato a un collega e la sua vita lavorativa, al netto della delusione, è regolare e priva di eccessivi stress. Conviviamo come se fossimo fratelli e facciamo finta di stare bene. Facciamo finta perché un rapporto senza sesso può funzionare, ma un rapporto senza dialogo no. Mi sento in colpa e talvolta, anzi spesso, mi domando se non abbia gestito male il tutto. Forse avrei dovuto essere meno insistente, per non farmi escludere dal suo problema. Di sicuro non so cosa fare, mi sembra di essere su un binario morto. Sto pensando, con dolore, di lasciarlo. Mi dispiace abbandonarlo in un momento di difficoltà, ma se non mi permette di stargli accanto non posso fare altro. Chissà che i vostri lettori non possano darmi qualche consiglio".
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